il cristiano non dorme --- la lotta giornaliera

l'amore di Dio e la vita
Chi legge il Vangelo soltanto superficialmente,
fermandosi alla bellezza esteriore delle parabole o
alla incantata bellezza di certe frasi, può ricavar-
ne l'impressione di essere di fronte a una conce-
zione della vita facile da mettere in pratica, como-
da per conciliare senza troppa severità tutte le no-
stre mezze misure, per nulla esigente nel reclama-
re dall'uomo i diritti dello spirito e quelli di Dio.
Il Vangelo e anche questo, cioè misericordia,
indulgenza, riscatto di ogni nostro atto di buona
volontà, ma al tempo stesso è una concezione del-
la vita estremamente severa, esigente, senza com-
promessi o mezze misure. Il Signore esige da noi
dolcemente, amorosamente, ma con la categorica
semplicità dell”amore. Fissata la costruttiva bellez-
za della legge, egli vuole una coerenza che dalla
superficie scende subito nell'intimo, a contare tutti
gli spiccioli, anche nel segreto della intenzione e
del pensiero. Il Signore parte dall'idea che vita
esteriore e vita interiore sono una sola cosa inscin-
dibile e che, quando un uomo agisce veramente
da uomo egli non può avere due volti, non può
essere fuori di un colore e dentro di un altro, non
può avere una bocca che loda e un`altra che biasi-
ma. Sul piano sociale esteriore noi siamo, di soli-
to, pieni di contraddizioni e di compromessi per-
ché ci e facile mostrarci per quello che non siamo,
dire una cosa e pensarne un'altra, giurare di ama-
re ed essere incapaci di farlo; ma con Dio che
scruta nel cuore non ci può essere che una sola leg-
ge la quale investe tutto il nostro essere; le paro-
le e il segreto dal quale esse nascono, la preghie-
ra e il cuore che la sillaba, il gesto e l'intenzione
che lo muove.

Ma chi mi ama, osserva la mia parola ››. Di
fronte a questa chiarezza, ogni camuffamento an-
che devoto diventa un torto, ha il sapore di un
sostanziale tradimento. A un certo momento non
si può più dire: io amo Dio perché lo prego la
mattina e la sera; lo amo perché mi confesso a Pa-
squa e ho il crocifisso sopra la spalliera del mio let-
to; amo Dio perché conosco bene la mia chiesa
accendo un cero,  oppure lascio cadere la mia
offerta nel piattino della domenica.

Tutte queste sono manifestazioni, belle quanto
si vuole, ma incomplete, dell'amore di Dio, mi-
sura insufliciente di quanto il Signore ci chiede.
Amare significa soprattutto diventare simili al-
la persona amata, e nel caso di Dio, cercare di far
coincidere la nostra volontà e il nostro essere ver-
so un vertice di responsabilità e di chiarezza. Se
amare una creatura esige una continua e difficile
opera di assestamento, di pazienza, di rinuncia, a-
mare Dio è un fatto enorme che richiede da noi
un impegno che dovrebbe investire e trasformare
tutta la nostra vita. Fanno pensare quelli che con-
siderano l'amore di Dio come un anestetico per
addormentare i deboli, quelli che ignorano, i romantici
in un labirinto di facili evasioni. No! Amare Dio
significa impegnarsi, lottare pazientemente ogni
giorno per diventare simili a lui. Amarlo male
può essere relativamente facile, ma amarlo sul se-
rio, misurare il nostro amore sul suo significa in-
seguire una misura che in qualche modo ci sfuggi-
rà sempre. Amarlo per un attimo può essere faci-
le e bello, ma amarlo sempre, subordinare ogni
nostro gesto a quella misura, cercare di corregge-
re in noi cio' che è sbagliato, rinunciare a qualcosa
che costa, e' questa l'unica strada dell`amore di
Dio che diventa anche misura dell*amore del-
l`uomo.

Tuttavia vi sono due aspetti che non bisogna
mai dimenticare quando « cerchiamo ›› Dio. Il pri-
mo è che amare Dio non significa chiudere gli oc-
chi alla vita, rinnegare i nostri sentimenti più bel-
li. Un cristiano che, per un pretesto esclusivo
d`amor di Dio, trascurasse i sentimenti che lo le-
gano agli altri chiudendosi in un egoismo che sfug-
ge alle responsabilità della nostra vita quotidiana,
sarebbe un pessimo cristiano. Amando il Signore
noi non rinunciamo a nulla, anzi potenziamo tut-
to, dando una lettera maiuscola, una risonanza
eterna anche alle nostre piccole cose di ogni gior-
no. L`amore di Dio passa attraverso il nostro amo-
re per la mamma, per il padre, per il marito, per
i figli, per la casa, per la scuola, per il nostro im-
pegno sociale, per il nostro lavoro.

L`amore di Dio può e deve investire tutto, la
lezione che stiamo ascoltando, il lavoro oscuro del-
le faccende quotidiane, la gioia di tenere tra le
braccia un bambino, il dovere che pesa, il riposo
che ristora.
Il cristiano che ama Dio è una creatura che
può scrivere tutto con la lettera maiuscola: anche
le cose più umili, anche i gesti più insignificanti,
anche i sentimenti più naturali. Il cristiano che
ama non è mai un rinunciatario, bensì uno che
cerca il meglio nella giusta direzione di tutte le
cose.
Questo, infatti, è certo: anche le cose più atte-
se, dopo un po' finiscono per diventare abitua-
li, già consumate nell'attimo stesso che le inse-
guiamo, mentre l'amore di Dio, la risposta alla
sua legge, è una gioia che diventa equilibrio, ma-
turità, dilagante pienezza.
 
 la lotta giornaliera
Molti pensano che il cristianesimo sia un sonnife-
ro, mentre è esattamente il contrario: nel cristia-
nesimo, la lotta è giornaliera e necessaria. E' così
che alla tenerezza del Natale succede la profezia
di Simeone, e all'augurio di pace per gli uomini di
buona volontà, la minaccia della spada. Neppure
Gesù e sua madre sfuggirono a questa inderogabi-
le legge dello spirito, che esige il prezzo da ogni
cosa che vale. La nostra salvezza avvenne con la
morte, mentre la maternità dello spirito ci fu data
attraverso il sacrificio più duro della maternità se-
condo la carne. Dovremmo ripensare a queste co-
se che forse sappiamo a memoria, ma che, per es-
sere diventate abituali, hanno perso ai nostri occhi
l'esemplare significato che dovrebbero avere anche
per noi.

Questo si verifica non soltanto nel campo ma-
teriale, ma soprattutto nel campo dello spirito e,
poiché i due campi sono inseparabili, si può par-
lare di una misteriosa bilancia sulla quale ora lo
spirito paga per il corpo, ora il corpo per lo spiri-
to; una bilancia che non sta mai ferma, come se in
quel movimento pendolare fosse nascosto l'intero
significato spirituale della vita. Certo è che il Si-
gnore non ci lascia mai in pace e talvolta pare che
si diverta ad agitare e tormentare il nostro piccolo
mondo, quasi temesse che, non facendo così, noi
diventiamo acque stagnanti, senza personalità e
senza freschezza. Ci da le sue grazie, ma a un cer-
to momento sembra che voglia togliercele perché
ciascuno se le riconquisti da sé. Ci da la luce del-
la fede e poi ci soffia sopra lasciandoci nel buio,
perché impariamo che la fede diventa veramente
nostra attaverso la tentazione e la prova. Non si
può davvero dormire sui doni di Dio, ed è un be-
ne che sia così. Se non ci fossero una << contraddi-
zione ››, un « mestolo forato ››, una << spada ›> pronti a
rovesciare, mettere in pericolo le nostre facili pro-
spettive, tutto sarebbe troppo gratuito e tanto po-
co personale da non potersi chiamare nostro. Sen-
za la tentazione e la prova, il nostro credere sareb-
be superficiale, mentre, riconquistato da noi, sele-
zionato dalla nostra quotidiana pazienza, esso acqui-
sta il fermo splendore che è necessario per scopri-
re e vivere il disegno di Dio nella vita.

Vi confesso che non posso capire cristiani che
parlano della fede in termini lirici o addirittura
semplici. In genere, si tratta di gente che non ha
maturato la propria fede, la quale è rimasta qual-
cosa di astratto che mai riuscirà a costruire una
vera personalità. Quando la fede ci investe in pie-
no e diventa responsabile riflesso di tutta la vita,
allora essa è bella ma difficile, consolante ma dura,
è una conquista passata attraverso una scelta che
lascia il segno nella nostra vita. Può .capitare a
quindici anni, a venti o a quaranta. Ma certamen-
te arriva il momento in cui le nostre convinzioni,
anche le più profonde, passano attraverso una
strozzatura. Ciò che crediamo è certezza o favola?
Le nostre preghiere arrivano a qualcuno sopra di
noi o si perdono nell'aria? Che senso hanno i miei
sacrifici, le convinzioni religiose, le mie speranze
invisibili, di fronte alla dura realtà che sembra
smentirle ogni giorno? Vale la pena lottare per
qualcosa che potrebbe essere un sogno? Esiste dav-
vero un disegno di Dio, oppure la vita è quello
che è, una sporca avventura nella quale i deboli
si affìdano alla speranza di Dio e i forti alle risor-
se del proprio coraggio? Vale la pena puntare tut-
to su qualcosa che sfugge alla misura umana? E
se tutto fosse soltanto una bella illusione?

E' questo il « segno di contraddizione ›> di cui
parla il Vangelo . La fede è la risposta a
tutti gli interrogativi umani, ma spesso quella ri-
sposta si oscura di fronte ai problemi e alla real-
tà della vita. E' il momento della prova, della spa-
da, del cielo spento. E' la notte, la notte, di Pie-
tro, la notte di Maria nel Vangelo , la not-
te di tutti, una notte che pesa dentro anche quan-
do le labbra sorridono e sulle cose splende allegra
e viva la luce del giorno. E” un momento che pre-
sto o tardi arriva per tutti, anche per quelli che
pensano di avere una fede << definitiva ››. Nessuna
fede è definitiva. Ma è bello e profondamente de-
gno dell'uomo, riconquistare ogni volta la giusta
prospettiva di Dio, anche se le cose cambiano in-
torno a noi e i nostri problemi sono ogni giorno
diversi, e una fede riconquistata.









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